Piccolo corpo recensione di Valerio Sammarco

Splendido esordio di Laura Samani, che segue l’odissea fisica e trascendentale di una maternità spezzata. Alla Semaine de la critique di Cannes 2021


piccolo corpo

Dieci anni fa Alice Rohrwacher esordiva dietro la macchina da presa con Corpo celeste, ospitato alla Quinzaine di Cannes, primo notevolissimo film di una regista – allora trentenne – che ha saputo tracciare un percorso sin da subito fiero e riconoscibile.

Oggi la trentaduenne triestina Laura Samani porta, sempre a Cannes (dove nel 2016 la Cinéfondation ospitò il suo corto La santa che dorme), ma alla Semaine de la Critique, la sua opera prima, Piccolo corpo, film che non solo per la semplice ricorrenza della medesima, significativa parola (corpo), non può non far pensare all’inizio di un cammino – cinematograficamente parlando – altrettanto luminoso.

Gioiello produttivo inusuale per le consuete logiche del sistema cinema italiano (Nefertiti Film di Nadia Trevisan e Alberto Fasulo, con Rai Cinema, in co-produzione con Tomsa Films e Vertigo), coproduzione Italia-Francia-Slovenia, Piccolo corpo è ambientato agli inizi del ‘900 in un’isoletta del nord est italiano.

Qui la giovane Agata (Celeste Cescutti) perde sua figlia alla nascita. “Non si possono battezzare i bambini nati morti. È la regola”.

L’anima di quella creatura è condannata al Limbo, senza nome e senza pace. Agata, allora, non si rassegna all’idea che “il tuo corpo se ne dimenticherà, e il tuo cuore anche” e decide di credere alla voce secondo la quale sulle montagne del nord esiste un luogo dove i bimbi nati morti vengono riportati in vita il tempo di un respiro, quello necessario a battezzarli.

Odissea fisica e trascendentale, il viaggio della donna – che lascia segretamente l’isola con il piccolo corpo della figlia nascosto in una scatola, senza conoscere minimamente il tragitto da intraprendere – è spinto da una speranza che travalica qualsiasi dogma, e che tramuta la simbiosi dei precedenti nove mesi in una sorta di “continuazione della gravidanza, in cui il ventre si sposta metaforicamente sulla schiena, divenendo il peso che porta sulle spalle”, sottolinea la Samani.

Girato in continuità cronologica (di fatto il film compie lo stesso viaggio di Agata, dalla laguna di Caorle e Bibione alle montagne della Carnia e del Tarvisiano), Piccolo corpo è Cinema la cui poesia e radicalità non possono prescindere dal territorio che le nutre, geograficamente, culturalmente e linguisticamente. Ma che al tempo stesso sa restituire l’afflato di un grande respiro internazionale.

Un film che nasce nel 2016 – come ricorda la regista – “quando ho scoperto che a Trava, nel mio Friuli Venezia-Giulia, esiste un santuario dove, fino alla fine del 19° secolo, avvenivano miracoli particolari: si diceva che lì si potessero riportare in vita i bambini nati morti, per il tempo di un respiro. Il miracolo del ritorno alla vita era necessario per battezzare i bambini. I santuari di questo tipo portano il nome di à répit, del respiro o della tregua, erano presenti in tutto l’arco alpino – solo la Francia ne contava quasi duecento – ed è impressionante come questi fatti siano pressoché sconosciuti, nonostante la dimensione del fenomeno. La storia di questi miracoli si è impigliata in qualche anfratto dentro di me ed è rimasta lì a chiedere attenzione”.

Recitato con i dialetti (veneto e friulano) del luogo, da attori in stragrande maggioranza non professionisti, il film segue le traiettorie di un cammino impervio e faticoso, segnato dal continuo dialogo con la natura e i suoi quattro, primari elementi, senza dimenticare l’importanza dell’incontro.

È quello tra la protagonista e il selvatico Lince (Ondina Quadri, sorprendente), personaggio dall’identità indecifrabile che decide di aiutare Agata in cambio del misterioso contenuto della scatola.

Ma è anche quello, agognato, tra una mamma e il frut (bambino in friulano) del suo infinito amore, suggellato da quel meraviglioso, immaginifico finale acquatico, contrappuntato dalla suggestiva Piccolo corpo, canzone composta da Fredrika Stahl (autrice delle musiche originali del film), con testi della stessa Laura Samani, eseguita da Celeste Cescutti e dal coro popolare: commistione tra sonorità electro e voci ancestrali.


Recensione di Valerio Sammarco per cinematografo.it

Valerio Sammarco

Classificazione: 4 su 5.
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